Cannes 2026: cinque film che hanno scosso la croisette
La Croisette ha respirato un'aria leggermente diversa quest'anno. Meno blockbuster hollywoodiani, qualche lavoro altalenante da parte di autori affermati e, diciamocelo, alcune scelte di programmazione che hanno lasciato più di un sopracciglio alzato. Ma, tra i ventiquattro film che ho avuto la fortuna di vedere durante la mia settimana, cinque sono rimasti impressi, tormentandomi piacevolmente e costringendomi a riflettere.
Un thriller gelido che congela l'anima
Cristian Mungiu, già acclamato con la Palma d'Oro nel 2007, torna a Cannes con un thriller glaciale che vi entrerà sottopelle. Fjord Photo racconta la storia di Mihai Gheorghiu (Sebastian Stan, in una trasformazione impressionante) e sua moglie norvegese, Lisbet (Renate Reinsve, sempre impeccabile), che si trasferiscono con i loro cinque figli in un remoto fiordo norvegese. Quello che sembra un idillio pastorale si trasforma ben presto in qualcosa di sinistro: la comunità, inizialmente accogliente, si fa sempre più diffidente nei confronti della loro fede cristiana. Quando la figlia maggiore, Elia (Vanessa Ceban), arriva a scuola con dei lividi inspiegabili, le accuse volano e i cinque bambini vengono strappati ai genitori a causa delle rigide leggi norvegesi sulla protezione dei minori. Mungiu ci offre uno sguardo spietato e senza compromessi su una vicenda complessa, dove non ci sono eroi né cattivi definiti. La sua regia è precisa, le interpretazioni sono di un'intensità disarmante e il film solleva interrogativi cruciali sull'immigrazione, l'educazione dei figli, i valori progressisti e la negoziazione delle differenze culturali. Un'opera che vi accompagnerà a lungo dopo la visione.

Zvyagintsev ritorna con un pugno nello stomaco
Dopo quasi un decennio di silenzio, Andrey Zvyagintsev, autore di Leviathan e Loveless, torna a far parlare di sé con Minotaur. Il film, ambientato nel 2022, segue Gleb (Dmitriy Mazurov), un potente dirigente provinciale che si ritrova in una spirale di problemi. La moglie, Galina (Iris Lebedeva), sembra avere una relazione, al lavoro è costretto a stilare una lista di dipendenti sacrificabili per la leva obbligatoria e, per non perdere tempo, incarica qualcuno di seguire la moglie. Un improvviso atto di violenza rivela il vero volto di Gleb, un uomo disposto a tutto pur di proteggere i propri interessi. Zvyagintsev, con la maestria di un chirurgo, scuote le coscienze, denunciando l'ipocrisia di una generazione di oligarchi che banchettano in ristoranti di lusso mentre i loro connazionali combattono in guerra. Un film potente, necessario e che merita, a mio avviso, la Palma d'Oro.

Una commedia romantica che scalda il cuore
Cannes non è famosa per le commedie romantiche, ma Club Kid di Jordan Firstman è un'eccezione che conferma la regola. Il film, scritto, diretto e interpretato dallo stesso Firstman, è un'esplosione di energia e umorismo ambientata nella vibrante scena club di New York. Peter, un festaiolo squilibrato, vede la sua vita sconvolta dall'arrivo di Arlo (Reggie Absolom), suo figlio di dieci anni che non conosceva. L'improbabile coppia forma un duo comico irresistibile, con Peter che cerca di destreggiarsi tra nuove responsabilità e Arlo che si immerge nel mondo frenetico del padre. Nonostante qualche cliché e una certa ingenuità, il film conquista per la sua onestà e la sua capacità di commuovere. A24 ha già messo le mani sul film, e non mi stupirei se diventasse un successo di pubblico.
Un incubo surreale e divertente
Quentin Dupieux, noto per il suo stile eccentrico, ci regala con Full Phil un'esperienza cinematografica unica nel suo genere. Kristen Stewart interpreta Madeleine, la figlia irritabile di Woody Harrelson, Phil, che la trascina a Parigi in un tentativo di riconciliazione. Ma le cose non vanno come previsto: le abitudini in bagno di Madeleine, l'eccessivo entusiasmo di un dipendente dell'hotel e il crescente mal di stomaco di Phil rendono la situazione sempre più surreale. Ogni scena è un piccolo capolavoro di assurdità, e alcune mi hanno fatto ridere a crepapelle. Certo, il film è un po' prolisso e la trama secondaria con Emma Mackey e un mostro marino è superflua, ma chi può resistere a un film che si diverte così tanto?
Un ritratto intimo di una nazione in guerra
Congo Boy, l'opera prima di Rafiki Fariala, è una gemma rara. Il film racconta la storia di Robert (Bradley Fiomona), un giovane rifugiato congolese che vive a Bangui, nella Repubblica Centrafricana, una città dilaniata dalla guerra civile. Di giorno, Robert cerca di aiutare la sua famiglia e di liberare i suoi genitori ingiustamente imprigionati; di notte, si esibisce nei club, sognando di diventare un cantante famoso. Fariala, con una regia elegante e una sensibilità straordinaria, cattura la complessità di una nazione divisa dalla violenza e dalla povertà, ma anche dalla speranza e dalla resilienza. Un film potente, commovente e che ci ricorda l'importanza di non dimenticare le voci di chi lotta per la sopravvivenza.
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